Bianca

  • Scritto da geniodirazza il 08/11/2023 - 07:15
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 Bianca

La festa si rivelava sempre più fiacca e pallosa; le solite facce da sfigati si aggiravano per la sala vagando senza meta, forse alla ricerca di quel lampo di casualità che portasse a qualcosa di imprevisto; anche io mi muovevo stupidamente in giro senza riuscire a legare con nessuno; gli amici con cui ero venuto alla festa si erano dileguati e non sapevo ove fossero finiti e mi guardavo intorno con l’aria del cane in caccia ma in effetti perché non sapevo proprio cosa fare.

Uscii sulla terrazza, per prendere aria ma forse per convincermi che era il caso di andarmene; la vidi per uno sguardo che cadde casualmente addosso alle sue forme prosperose; un seno abbondante ma ben sodo all’apparenza o forse ben contenuto da un reggiseno adatto, fianchi larghi, da femmina da monta, cosce ben disegnate che sembravano colonne adatte a sostenere la sua struttura forte, un viso non banale, bello in sostanza, ma non accuratamente truccato, quasi che non le interessasse presentarsi al meglio, capelli lasciati cadere in disordine, forse solo apparente e in realtà ben curati.

Insomma, una donna interessante ma che non mi ispirò immediatamente un gran desiderio o una particolare attenzione.

“Anche tu ti stai annoiando?”

Mi sorprese, la frase lanciata all’improvviso; pensai immediatamente che forse davvero era anche lei in attesa dell’occasione che le consentisse di rompere la monotonia; sperai in cuor mio che cercasse lo spunto per vivacizzare la sua vita.

“Sì; è da un po’ che mi chiedo se non sia il caso di andarmene a cercare un po’ di svago da qualche altra parte, fosse anche solo un bar per bere qualcosa … “

“Insomma fraterni nella noia … E se ce ne andassimo sul serio?”

“Andare da qualche parte a bere qualcosa?”

“Anche … io ho il problema che mi hanno portato degli amici che non vogliono schiodarsi; non ho la macchina e, se non decidono, dovrei cercarmi un passaggio … “

“Io sono solo ed ho la mia macchina giù; se vuoi, posso darti uno strappo … “

“Oppure ci possiamo annoiare insieme, ma almeno in un posto gradevole … “

“Sai che ti dico? Andiamocene; un posto dove chiacchierare lo troviamo … a proposito … io sono Bruno.”

“Io Bianca; strano il gioco, anche dei nomi … “

Uscimmo quasi clandestini e andammo alla mia auto; lungo il percorso, nemmeno un cenno a sfiorarci, che so, una mano … non pensavo affatto, in quel momento, ad un’avventura o all’occasione di una sola volta e via; mi sembrava piuttosto di condividere lo stato di disagio con una persona che sentivo in sintonia; mi diede un indirizzo e mi ci diressi senza fare domande; in macchina, si sedette lasciando che la balza del vestito si sollevasse fino a scoprire le gambe che mi apparvero più belle e toniche di come le avevo giudicate da sotto il vestito.

Forse, nel gesto, ci fu anche una certa volontarietà, ma non volli convincermene; ancora ritenevo che si trattasse di un incontro casuale destinato a concludersi in niente; Bianca invece sembrava proprio decisa a ricavare dall’incontro almeno un’occasione per fare del buon sesso; cominciò accarezzandosi le cosce e facendo scivolare la mano verso l’interno, fino a raggiungere la vulva; ormai si stava apertamente masturbando.

Intanto guardava vogliosa la mia patta che si gonfiava a vista d’occhio, finché allungò decisa la mano e me lo accarezzò da sopra i pantaloni; ero preoccupato della guida, ma allungai a mia volta la mano sulla sua coscia, staccò la sua dal mio sesso e mi guidò fino a trovare lo slip bagnato e, subito dopo, l’accesso alla vagina; infilai un dito e cominciò a gemere con un suono dolce ed eccitantissimo; la pregai di attendere che fossimo fermi, perché mi terrorizzava l’idea di fare un qualche casino con l’auto fuori controllo; mi indicò un edificio e mi disse di parcheggiare in uno spazio apposito; ‘è casa mia’ spiegò e mi precedette; al primo piano, aprì una porta ed entrammo nella sua abitazione.

Appena varcata la soglia, mi avvolse in un bacio la cui sensualità non ricordavo di avere mai incontrato nella mia non breve esperienza; ricambiai con entusiasmo e allungai una mano sul seno che si rivelò pieno e meraviglioso, eccitante più di quanto avevo immaginato sotto il vestito; non portava nemmeno il reggiseno che avevo immaginato perché il suo seno era compatto e duro come quello di una ragazzina; mi staccai dal bacio per abbassarmi a succhiare un capezzolo e risentii il gemito che mi aveva colpito in auto.

Si staccò bruscamente, sfilò l’abito e restò solo con lo slip ormai da strizzare; mi spogliai con la massima rapidità e ci fiondammo sul letto; mi piegai a baciarle la vulva e presi a succhiarla; per un gesto sbagliato, le morsi il clitoride; gemette e mi chiese di farlo ancora, mi invitò a ripetere il gesto più volte e cominciai a morderle la vulva tutta intera, dalle grandi labbra alle piccole; infilai due dita in vagina lei si limitò a gemere e godere ancora.

Le montai addosso ed infilai il sesso in vagina; lo accolse con un gemito più profondo e si strinse a me, a cercare un contatto totale; dopo pochi colpi, dovetti trattenere l’orgasmo che montava, anche perché non sapevo se era protetta; mi spinse via e si girò carponi, mi sistemai dietro e la infilai a pecorina; un piccolo urlo accompagnò la cappella che urtava la cervice dell’utero; ‘non venire subito’ mi sussurrò ed io mi imposi di non eiaculare e la pompai a lungo, con gusto e con passione.

“Se ti piace il coito anale, io non lo rifiuto; se ti va, infilami dietro!”

Ero preoccupato, perché non avevo nessuna possibilità di lubrificarla a dovere; passai più volte la cappella tra vagina e ano, per trasportare tutti gli umori possibili, sperando che lubrificassero abbastanza, sputai sulla cappella e la infilai nell’ano; entrò come una lama calda nel burro; intuii che amava il sesso violento e mi adattai alla realtà; cercai di essere il più brusco ed aggressivo possibile e mi resi conto che effettivamente, più mi incattivivo, più sembrava godere.

Strapazzai a lungo il suo ano, facendo entrare la mazza fino in fondo, fin dentro l’intestino, ritirandola fuori fino a farla uscire e spingendola di nuovo dentro, con violenza, fino a temere di spaccarla, reagiva con gemiti di godimento altissimi, che soffocava nel cuscino per non essere udita dai vicini.

Copulammo così per un paio d’ore; lei mi chiese ogni volta sensazioni più violente ed aggressive, si fece penetrare dappertutto e mi succhiò l’arnese fino ad averne le mascelle indolenzite; provai sempre più gusto a giocare con il manganello nella vagina slabbrata e nell’ano spanato, le tormentai le tette fino al dolore e mi accanii sui capezzoli fin quasi a farli sanguinare, con tanta brutalità li mordevo; ogni volta provava più piacere e mi incitava ad insistere, ad andare avanti e godeva come una maiala; l’ultima eiaculazione la volle in bocca, mi mostrò il mio sperma sulla lingua e ingoiò tutto.

Alla fine, mentre mi rivestivo, mi disse che aveva provato un piacere molto intenso, come lei desiderava, e che mi avrebbe incontrato volentieri ancora altre volte, se accettavo di farla godere come piaceva a lei; le spiegai che ero sposato e che dovevo organizzami per eludere i doveri familiari, ma che ero disposto a fare l’amore con lei ed anche a sperimentare le cose che mi avrebbe chiesto.

Mi trovai ad avviare così una storia ambigua e difficile, a cui ero totalmente impreparato, ma che mi sollecitava molto e mi suggeriva di godere anche di quell’aspetto inedito del sesso e, in parte, anche dell’amore; cominciai a frequentarla a scadenza settimanale; e ad ogni incontro mi resi conto che l’asticella delle sue richieste si alzava in una direzione per me nuova e sorprendente, quella del rapporto sadomaso ispirato a violenza ed aggressione.

Già del secondo incontro mi chiese espressamente di penetrarla analmente, senza lubrificare, neppure con la saliva; lo feci, perché mi ero impegnato; ma ero estremamente esitante mentre la violentavo e vedevo coi miei occhi i tessuti dell’ano soffrire per la dilatazione improvvisa perché ho una mazza non indifferente; soffrii quasi per lei mentre spingevo contro lo sfintere fino a spaccarlo, ma lei urlava dal piacere e non dal dolore e mi incitava a picchiare sempre più sodo perché, diceva, le piaceva di più se le facevo male.

Quel pomeriggio la violentai con determinazione; quando lo prese in bocca, anziché la solita fellazione, le copulai in bocca spingendo senza criterio e senza preoccupazioni anche quando la vedevo soffrire perché la respirazione le diventava difficile; mi fermavo e ritiravo solo quando la vedevo diventare quasi paonazza; eppure, con mia enorme sorpresa, mi rimproverava di non averla fatta godere fino in fondo; quando eiaculai, assai più abbondantemente del mio solito, forse per l’eccitazione provocata dall’emozione inedita, capii che voleva le tappassi il naso perché ingoiasse più rapidamente; quasi soffocò e tossì violentemente, dopo che lo sperma le fu sceso nello stomaco.

Ci fermammo a parlare, dopo la violenta copula che mi aveva sconvolto, anche se cercavo di nasconderlo; e mi confidò che sin da ragazzina era stata oggetto di violenze e di umiliazioni, di essere diventata una Slave e di essersi abituata a godere solo se e quando era trattata con violenza per provocare dolore ed umiliazione; gli unici rapporti che riusciva ad accettare con godimento erano quelli in cui il partner la trattava male, le provocava il massimo dolore possibile, la umiliava in tutti i modi.

Insomma, se non si sentiva spazzatura non era capace di provare orgasmi adeguati; le dissi che avrei fatto tutto quello che desiderava perché per me, importante era farla godere; mi obiettò che anche questo contraddiceva al suo modo di essere, perché quello che lei cercava era un uomo capace di assumere il ruolo di Master, un individuo che si imponesse con violenza e forza, che non si scusasse e non si intenerisse, mai.

Le volte successive recitai bene il ruolo del sopraffattore, perché si limitò a chiedere del sesso brutale; appena entravo, faceva cadere la vestaglia e appariva nuda; senza neanche dedicarle un bacio, le facevo appoggiare le mani sul letto e la penetravo analmente con violenza inaudita, poi la cavalcavo facendo in modo che il sesso uscisse ogni volta completamente, per sbatterlo dentro con tutta la forza che riuscivo ad imprimere; sapevo che le procuravo molto dolore, ma dalle sue labbra uscivano solo gemiti di piacere intenso mentre io, a mano a mano, cominciavo a prenderci gusto.

Non poteva sapere, Bianca, che mi stavo immedesimando in lei e stavo immaginandomi sotto un maschione iperdotato che mi sfondava il retto con la sua mazza; più che talento da sadico, il mio era un istinto masochistico che mi trasferiva al suo posto e i colpi che destinavo a lei mi sembrava di riceverli io; poi si faceva anche possedere in vagina e, dopo ore di sesso violento, alla fine gli orgasmi erano sempre ricchi, di intensità, di piacere, di libidine.

Durante il coito anale, mi era capitato di schiaffeggiarle il sedere, quasi a preparare la penetrazione; mi implorò di farlo ancora, con più forza e me lo chiese sempre più volte fino a che non era solo poco più che una carezza, che si appoggiava sulle natiche di carnagione candida, ma un grosso ceffone che ripetevo fino a stancarmi, fino a che il sedere fosse tutto rosso, con punte violacee dove avevo infierito particolarmente.

Ogni volta che la schiaffeggiavo, mi ringraziava con le lacrime agli occhi, forse erano di dolore ma le proponeva come lacrime di gioia e, subito dopo, mi colmava di carezze, di leccate profonde all’uccello e ai capezzoli, ringraziandomi di averla punita; dopo un attimo di smarrimento compresi che la condizione di subalternità comportava anche quegli atteggiamenti e le imposi di chiamarmi ‘padrone’ e di fare tutto quel che ordinavo.

Una volta trovai sul letto un guinzaglio da cani, di quelli grossi con borchie tutt’intorno; in un lampo ebbi la certezza che voleva essere umiliata e, con gesti e linguaggio da padrone, le imposi di farsi mettere al guinzaglio e di seguirmi fedele a quattro zampe; percorsi tutto l’appartamento portandomela dietro nuda, sculettante al mio ordine e imponendole di tanto in tanto di fermarsi e leccarmi il sesso e i testicoli, di darmi piacere e continuare poi la passeggiata.

La montai da dietro, caproni, sullo stesso pavimento e le sfondai il retto con la massima violenza; mi adorò, mi leccò tutto e non smetteva di ringraziarmi, benché il sedere le dolesse per le sculacciate violente che le avevo rifilato e per l’ano squarciato dalla penetrazione brutale; quella volta, non provai la minima emozione mentre le usavo una violenza umiliante che in altri momenti mi avrebbe forse fatto star male; evidentemente, mi abituavo anche io alla brutalità sadomaso e qualche volta il transfert mi faceva anche godere per lei.

La volta successiva venne ad aprirmi camminando a quattro zampe, con il collare già posto; le sputai addosso appena entrato, perché si era lamentata che non lo facevo, mi tolsi le scarpe, per prudenza e le rifilai un calcione con tutta la mia forza, al centro tra le natiche; forse colpii anche il clitoride, con la punta del piede; gemette a lungo, e con forza, ma intanto mi ringraziava e si sottometteva con goduria; vidi su un mobile un bastone di bambù.

Intuii immediatamente che era preparato per i nostri ‘giochini’, lo impugnai e colpii una natica con forza; una stria rossa si disegnò, lei gemette con forza, cominciò a lacrimare e mi leccava i piedi ringraziandomi; colpii ancora, sempre più forte, e godevo mentre osservavo le strie bluastre che poi arrossavano sul suo didietro; poi mi feci prendere alla frenesia e cominciai a colpire a caso.

Le ordinai di sdraiarsi sulle spalle tenendo braccia e gambe, come zampe, sollevate in alto, cominciai a picchiare col bambù su quel corpo raccolto, colpendo indifferentemente seni, ventre, natiche, cosce e braccia; un colpo giunse fra le cosce, direttamente sulla vulva e dovette risultare dolorosissimo, ma lei gemette un poco più forte, lacrimò per il dolore e mi ringraziò, agitandosi proprio come un cane che fa le feste.

Ormai ci eravamo abituati ambedue ai tormenti che, mio malgrado spesso, le imponevo ad ogni incontro; divenne normale che mi ricevesse con il guinzaglio, muovendosi a quattro zampe come un cane e che la portassi a passeggio per l’appartamento in quel modo, assestandole continuamente calci dappertutto, prevalentemente tra le natiche ma anche sul ventre, sui seni e cercando sempre di provocarle il massimo dolore possibile.

La sferzavo col bambù in tutte le parti del corpo mentre la insultavo, la umiliavo e le sputavo addosso; giunse alla fine a chiedermi di chiuderci nella vasca e di svuotarmi la vescica sul suo corpo; quasi non me la sentivo e dovetti farmi forza per non essere cacciato via in malo modo; l’idea del pissing mi ripugnava quasi; poi però avrei imparato a chiedere io che mi orinassero addosso, in situazioni completamente diverse.

Quella prima volta con Bianca dovetti impegnare tutte le mie energie mentali per arrivare a spruzzarle addosso; quando lo feci e sentii i suoi gemiti di piacere e vidi il volto stranito dalla goduria, mi liberai di colpo e la inondai tutta; aprì la bocca come per ricevere un fallo asinino e l’orina le sprizzò direttamente sulla lingua; ne trattenne un poco che ingoiò gorgogliando, il resto lo fece scorrere dai lati sui seni.

Da quella volta, non orinavo prima di incontrarla per arrivare molto carico e versarle addosso litri di liquido, perché godeva infinitamente quando si sentiva allagata; ogni volta ne chiedeva di più e mi sembrava delusa anche quando ne versavo più di un cavallo e miravo per arrivare a colpire l’ugola direttamente.

Il punto più alto della depravazione lo raggiungemmo la volta che mi fece capire chiaramente che avrebbe gradito essere posseduta in contemporanea da due maschi; chiesi a un amico se gli interessava una seduta particolare a tre e si dichiarò immediatamente pronto; per conoscenza diretta, sapevo che aveva una mazza asinina che avrebbe spaventato chiunque; d’accordo con lei, la avvisai che arrivavo in compagnia; entrai da solo, la legai al letto mani e piedi, la bendai e andai ad aprire all’amico.

La aggredimmo contemporaneamente, io in bocca e lui in vagina e non emise il benché minimo urlo di fastidio quando lui la penetrò, sicuramente con dolore, profondamente in vagina, e non solo perché aveva la bocca piena del mio sesso; in un momento di stasi, mi chiese di farla girare e di possederla in ogni dove, anche in coppia; la slegai per un momento e la legai di nuovo, cambiando i nodi e stringendola per provocarle dolore, mi infilai sotto di lei e la penetrai in vagina; la baciai anche, in quella posizione sotto di lei, e le succhiai con amore le tette.

L’amico, da dietro le infilò nel retto una mazza che sentii centimetro per centimetro sfondarle l’intestino e allargalo a dismisura; quando lui eiaculò, lei aveva avuto già quattro o cinque orgasmi assai potenti; l’altro si sfilò e andò via; la liberai, le tolsi la benda e la presi alla missionaria, quasi normalmente; di fronte alla sua faccia quasi schifata, mi prese una rabbia così violenta che le tirai una sberla; lacrimando per il dolore, mi baciò a lungo e mi ringraziò per la bella esperienza.

Invitai diversi amici a quel rapporto e li scelsi tutti per l’importanza del fallo che non doveva essere inferiore ai venti centimetri per darle qualche soddisfazione; ogni volta fu una copula epica nella quale lei dava il meglio di sé quando le facevamo cose inenarrabili e che erano per lei ‘la prima volta’; Bianca non vide mai il viso di uno dei miei ‘compagni di copula’ e si limitò a godere bestialmente di falli sconosciuti passati per caso dalla sua vagina, dal suo ano o dalla sua bocca.

La storia andò avanti per quasi un anno, nel corso del quale forse appresi molte cose che in seguito mi sarebbero servite; dopo i primi accenni di fastidio, imparai ad adattarmi anche alle pratiche sadomaso e ne godetti; ne avrei goduto di più successivamente, quando sarei stato io oggetto di sadismo; ma quella scuola funzionò; lei non ne rimase molto soddisfatta, perché era chiaro che molte cose mi avevano turbato ed altre le avevo fatte assai controvoglia.

Mi lasciò di sasso comunque la frase con cui mi licenziò, quando cominciò a frequentare un vero Master e registrò la mia inadeguatezza a quel ruolo; infatti il suo saluto fu.

“Tu non sei un vero Master, anzi...”

Aveva intuito una verità che a me non era ancora chiara; ci rivedemmo anni dopo ma solo da vecchi amici.

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