Umiliato

  • Scritto da geniodirazza il 30/11/2023 - 00:53
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Umiliato

L’allegra brigata aveva trascorso gli ultimi sette anni, da quando erano stati assunti contemporaneamente nella stessa fabbrica, in perfetta armonia e amicizia; qualche differenza sostanziale non aveva rovinato i rapporti ma creato solo occasioni si piccole dispute facilmente superate; tre coppie tranquille, più o meno della stessa età, dovevano quasi necessariamente legare sia sul lavoro che nella vita privata e spesso ci s’incontrava per piacevoli serate.

Io, Eduardo ma per tutti Edo, ero il più ‘anziano’ e non arrivavo ai trentacinque; ero considerato il più serioso e avevo fatto la carriera migliore fino a dirigere l’ufficio in cui gli altri lavoravano; ero considerato un tantino rigoroso e arrogante per cui spesso si architettavano contro di me scherzi goliardici ai quali sapevano bene che non avrei risposto con molta serenità; mia moglie Marcella, di quasi cinque anni più giovane, era sicuramente innamorata di me ma non lesinava riserve.

Era stato evidente sin dal matrimonio, quando aveva insistito per la separazione dei beni perché, in quel momento, sembrava che avrebbe percorso più rapidamente la carriera; i fatti invece avrebbero dimostrato che la sua tenace diligenza nello studio che le aveva consentito sempre ottimi risultati non trovava un corrispondente valore nell’attività lavorativa, mentre la mia intuitività e una certa fantasia creativa mi consentirono una carriera bruciante.

Pur non essendo motivo di contrasto, questa differenza finiva per pesare anche nei rapporti privati e non erano rari i momenti in cui la vedevo contrapposta con decisione, spesso nemica, specialmente quando facevano gruppo contro di me o cercavano di umiliarmi anche se scherzosamente; a darle man forte, le amiche e colleghe Lucia e Linda con cui aveva diviso gran parte dell’esistenza, e i rispettivi mariti, Carmine e Sandro, il quale non celava il desiderio di un ‘incontro’ almeno con mia moglie.

Dopo un’intera settimana vissuta quasi in simbiosi, sia nell’ufficio che nei rari momenti d’intervallo per il caffè o per il pranzo, ci s’incontrava quasi sempre anche il sabato pomeriggio per fare in fondo sempre le stesse cose; il massimo a cui si arrivava erano scherzi goliardici, degni di adolescenti più che di qualificati professionisti, a cui tutti partecipavano con entusiasmo più o meno convinto; trasgressioni vere non erano mai state né pensate né proposte.

Quel sabato, per il mio ruolo di dirigente, dovetti partecipare a un convegno a qualche chilometro di distanza; Marcella non volle rinunciare alla serata con gli amici e mi pregò di esonerarla dalla presenza; andai da solo e non tornai che a notte fonda, quando lei già dormiva; senza disturbarla, mi misi a letto anch’io e rimandai ogni discorso alla mattina seguente, domenica; in cucina, mi colpì un cerchio rosso sul calendario sulla giornata del mercoledì; me ne dimenticai presto.

Mi raccontò che la cosa più interessante che aveva animato la serata tra amici era stato il gioco delle penitenze, un classico delle spiagge negli anni della fanciullezza; le chiesi se per caso aveva dovuto sottostare a pena e mi accennò vagamente a un gioco di equilibrio a cui si era dovuta sottoporre; impegnammo più tempo a parlare invece del convegno dove mi ero messo in luce ed ero stato proposto per incarichi maggiori; il sorriso amaro che si disegnò sulla sua bocca non mi piacque.

Venne il mercoledì ed io non mi chiedevo più perché mai l’avesse segnato in rosso; eppure, era evidente una certa ansia che teneva mia moglie tesa come una corda; la giornata di lavoro fu punteggiata da sorrisi e ammiccamenti tra i componenti della brigata, quando s’incrociavano negli uffici e quando ci si trovava al punto ristoro o al fast food per il pranzo; benché la cosa mi facesse sentire un poco tagliato fuori da segrete intese, il lavoro mi prese e non mi curai di loro.

A cena, Marcella fu particolarmente premurosa e affettuosa; subito dopo, seduti entrambi su una sola poltrona, cosa che era avvenuta poche volte nella nostra storia, mi propose a un tratto un gioco erotico da fare per il nostro piacere estremo; accettai per non contraddirla; prese da qualche parte due paia di manette, di quelle foderate di raso per giochi erotici, e mi chiese di partecipare senza opporre problemi o resistenze; acconsentii.

Smorfiosa come una gatta, sensuale come una vamp, proseguì bloccandomi mani e piedi; con un suo foulard mi imbavagliò; continuando a rasserenarmi e a chiedermi di fidarmi perché era un gioco, usò un altro foulard per bendarmi; cominciai a sentirmi agitato; l’impossibilità di controllare quello che avveniva mi spinse a rotolarmi sul tappeto dove ero caduto; non potevo urlare ma ero frenetico come un ossesso.

Udii il campanello di casa suonare e lei andò ad aprire; qualcuno entrò; con tutti i nervi tesi allo spasimo per individuare quello che avveniva, cercai di cogliere i rumori ma erano solo fruscii di abiti quelli che udivo; la benda mi fu tolta di colpo e mi trovai di fronte mia moglie splendida nella sua bellezza completamente nuda e, accanto a lei, il nostro amico Sandro altrettanto nudo con una mazza notevole ritta contro il ventre; fu Marcella a parlare.

“Edo, mi spiace; ho perso il gioco e la penitenza è che mi faccia possedere da Sandro, che da sempre mi desidera, davanti ai tuoi occhi; il completamento sarebbe che ti versi in bocca o sul viso il suo sperma quando avrà eiaculato; se proprio vuoi ad ogni costo trovare una ragione a tutto questo è chiaro che le tue arie arroganti ci danno fastidio ed abbiamo concordato che una volta la cresta dobbiamo fartela abbassare.

Abbiamo deciso di giocarci la tua amicizia; se saprai accettare almeno una volta che io e Sandro ti facciamo cornuto, poi tu deciderai la contropartita, visto che non sei tu a dover fare penitenza ma io; se invece decidi che qui finiscono anni di amicizia e di matrimonio, il problema sarà solo tuo, perché io me ne andrò e tu resterai col tuo orgoglio.”

Detto fatto, si abbracciarono in un bacio lussurioso che non sapevo se avevo mai dato; i seni di lei si strusciavano sull’ampio torace di lui e i capezzoli si indurirono fino a diventare due fragoloni maturi, la mazza di lui si era appoggiata tra le cosce e strusciava avanti e indietro contro la vulva provocandole eccitazione evidente dalle contrazioni del ventre; ormai la penitenza famosa era solo una scusa e i due stavano già copulando apertamente.

Poi cominciarono a palparsi e a toccarsi ed io dovetti assistere impotente alle carezze lubriche di lui sulle natiche di mia moglie, sode e carezzevoli, sulle cosce solide ed eleganti, sul ventre budinoso, sui seni morbidi; la fece accosciare sulle ginocchia e le appoggiò il fallo sulle labbra; lei leccò con gusto gli accenni di precum, aprì le labbra e l‘asta le scivolò fino in gola; notai un accenno di conato, segno che lo aveva mandato troppo in profondità.

Conoscevo bene l’abilità di Marcella nella fellazione e non mi era difficile seguire ed anzi anticipare il piacere che dava e che sapeva trarre dalla copula orale che stava consumando davanti ai miei occhi sbarrati; decisi che sarebbe stato inutile tentare di agitarmi e mi rassegnai a starmene fermo; mentre lui la copulava in bocca con forza, mi misi a riflettere sulle conseguenze di quello che stava capitando; da un lato, il buonsenso mi suggeriva che una copula extramatrimoniale era il minimo del danno.

L’aggravante di farlo davanti a me dopo avermi ammanettato deponeva gravemente contro mia moglie che aveva fatto a tradimento quel gesto di umiliazione e di disprezzo; il rancore contro Sandro e contro gli altri tre era fuori discussione; mi preoccupava invece l’idea di far saltare il matrimonio; peggio ancora, l’idea di una vendetta da cogliere a freddo, dopo che fosse passato quel momento di odio, mi catturava più di tutto.

Intanto avevano cominciato la copula vera e propria e vidi Marcella piegarsi a novanta gradi, appoggiando le mani sulle mie ginocchia, mentre lui la penetrava con sadica violenza; Marcella ebbe anche il pessimo gusto di mandarmi un bacio; continuai a tenere gli occhi aperti e a guardare fisso nella loro direzione; cercavo di comunicare tutto l’odio che sentivo accumularsi dentro ma era chiaro che a quello proprio miravano.

Con uno sforzo mentale enorme, mi misi a pensare al lavoro da svolgere in ufficio e vidi due marionette copulare prima a pecorina poi alla missionaria, con lei che sollevava i piedi dietro la schiena di lui e riceveva la mazza fino alla parte più profonda dell’utero; quando lui, dopo averle leccato lungamente l’ano, vi appoggiò la cappella, lei si sganciò con violenza e gli urlò che quello non glielo permetteva perché nemmeno a me lo aveva ancora concesso.

Mi tennero sdraiato a terra, ammanettato, per un paio d’ore, sbizzarrendosi nelle copule più varie; poi andarono in bagno e si fecero la doccia; credo che l’ultimo assalto lo diedero là dentro; neppure una lacrima mi era sfuggita, anche se il dolore era stato immenso; lui si vestì ed uscì; lei mi lanciò vicino alle mani la chiave delle manette ed andò a letto; mi liberai mani e piedi, andai in bagno, indossai il pigiama a mi misi a letto; cerò di accostarsi, ma la respinsi.

“Ti sei offeso?”

“No; sono meravigliato che non mi hai fatto bere il suo sperma, come avevi promesso.”

“Vuoi che ci separiamo?”

“Stasera mi pareva che a decidere fossi solo tu. Non devi fare abbassare la cresta al prepotente?”

“Non vuoi parlare?”

“Marcella, domani devo lavorare, io, perché sono l’imbecille che lavora sul serio; lasciami dormire!”

Ma non riuscii a dormire; le lacrime cominciarono a scendere incontrollate; non si assiste inerti al crollo di un mondo e sapevo che mi sarei vendicato, a quel punto, che l’avrei fatto con molta abilità, razionalmente, ma spietatamente; e la prima persona che volevo massacrare era lei; se non accettava il mio atteggiamento, avrebbe dovuto parlarne prima, non dopo avermi umiliato fino a quel punto; forse riuscii a perdere i sensi per qualche ora e mi svegliai uno straccio.

Si sarebbe sentita volare una mosca e anzi tutti i suoni risultavano amplificati, dal tintinnio delle chiavi al meccanismo dell’ascensore, fino al rombo regolare del motore dell’auto; non ci rivolgemmo una sillaba fino all’ufficio; non incontrai gli altri ‘eroi’ della vicenda per tutta la mattinata; saltai la pausa caffè, anzi andai al bar in piazza, con gli altri dirigenti; al momento del pranzo, li trovai che aspettavano all’uscita; mi diressi al bar di fronte; Marcella mi chiamò.

“Edo, oggi non pranzi con gli amici?”

“Non ci sono amici in questa fabbrica, solo subalterni e dipendenti.”

Il gelo perdurò tutto il pomeriggio; al momento di andare a casa, mi diressi all’auto; mia moglie mi raggiunse.

“Edo, non puoi fare lo sciopero del silenzio. Dobbiamo parlare.”

“Scusa, non trovi che avremmo dovuto parlare della mia superbia, prima di fare certe scelte?”

“Ho sbagliato; sono pronta a pagarne le conseguenze. Vuoi che ci separiamo?”

“Perché chiedi a me cosa voglio e non dici invece tu cosa vuoi?”

“Io voglio ricucire lo strappo, spiegare e superare il momento.”

“Io adesso vorrei dimenticare, ma non ce la faccio … “

“Cosa facciamo, allora?”

“Io faccio quello che voglio; tu fa’ altrettanto.”

“Cosa ti preparo per cena?”

“Non voglio imporre il mio maschilismo; vado in trattoria.”

Il gelo caduto quel giorno non si sciolse neppure nei mesi successivi; continuai a vivere in casa con Marcella ma non fu più la mia compagna; non mi fidavo più di lei, scelsi come mia vice un’impiegata, Loredana, una bella ragazza di qualcosa più di venticinque anni, libera e determinata, che in breve assunse le funzioni di alter ego, di consulente, di amica e di accompagnatrice, in altri termini il ruolo che solo qualche settimana prima spettava di diritto a mia moglie.

Con lei invece non si parlava neppure più di lavoro; il gelo era tale che lei faceva continuamente comunella con gli altri quattro e insieme non mancavano di far circolare cattiverie e contumelie sul mio conto; si raggiunse l’apice quando si cominciò a sussurrare che tra lei e Sandro ci fosse una vera relazione sentimentale, con la complicità degli altri tre; feci osservare a mia moglie che continuava ad offendermi come se fossi ammanettato in presenza di loro due che copulavano.

Mi rispose che se proprio mi sentivo così forte, trovassi il coraggio di chiedere la separazione; altrimenti, aggiunse improvvidamente, era evidente che fossi tendenzialmente un cuckold e che col loro gesto lo avessero solo fatto emergere; Loredana, che era presente al dialogo, osservò solo che alcune donne non usavano diamanti perché li scambiavano per cocci di bottiglia; io sentii la voglia di una terribile vendetta salirmi su dal ventre e attraversarmi lo stomaco.

Il titolare di una fabbrica con la quale avevamo rapporti di collaborazione, venuto a trattare una proposta di intensificare le relazioni assumendo insieme una commessa miliardaria, mi propose, quasi a compensazione dell’enorme favore, l’offerta di risolvere i miei problemi personali; in camera caritatis, mi chiese di indicare una contropartita a quello che subivo; dissi che volevo i due conciati in modo che non ce ne fosse più, neanche dopo il divorzio.

Mi suggerì di accettare l’invito ad un convegno da loro organizzato in una città ad un centinaio di chilometri di distanza; mi raccomandò di amplificare la notizia e di portarmi una segretaria che testimoniasse la mia presenza; Loredana fu estremamente felice di accettare; ci incontravamo a volte, in un hotel, per qualche ora d’amore senza impegno e passavamo pomeriggi meravigliosi a fare sesso con tutto l’entusiasmo del mondo; l’idea di passare dei giorni con me la mandava in brodo di giuggiole.

Praticamente pilotato dall’imprenditore, ricevetti l’invito per due, fui autorizzato dalla Direzione Generale a partecipare con la segretaria; partimmo un venerdì pomeriggio con il progetto di tornare al lavoro il lunedì mattino successivo; fu il fine settimana più intenso ed affascinante che mai avrei potuto immaginare, con una ragazza a fianco forte dei suoi pochi anni ma carica di una passione irresistibile, divorato dal fuoco di una vendetta che vedevo realizzata; ero carico a mille.

Prima di partire, chiesi al collega della Direzione Amministrava di fare operare delle indagini accurate sull’operato dei cinque ‘amici della brigata’, perché, insinuai, da alcuni fatti e dai loro comportamenti mi appariva che molte operazioni erano state svolte in spregio ai protocolli interni alla fabbrica e forse talvolta in modo doloso; la presenza del nome di mia moglie lo mise a disagio, ma lo rassicurai che non volevo nepotismi e, se colpa c’era, non guardasse in faccia a nessuno.

Loredana fu veramente meravigliosa, come segretaria; riuscì a tenere un’accurata annotazione di tutto quello che registrò nel convegno e negli incontri privati tra imprenditori, dei progetti avanzati e delle valutazioni che avevo fatto a caldo; come donna, mi fece brillare per l’eleganza della persona, per il comportamento squisito di donna di mondo in grado di reggere il confronto anche con nobili o presunte tali; come femmina, mi diede le notti più belle di quel periodo.

L’albergo che ci ospitava era di lusso; per non dare adito a voci, avevamo chiesto camere separate ma vicine; il venerdì pomeriggio, dopo un viaggio abbastanza facile, prendemmo possesso delle camere, assistemmo ai lavori di apertura, prendemmo alcuni contatti e andammo a cena con ospiti di altre regioni con cui intrecciammo rapporti utili per i futuri sviluppi dell’azienda; Loredana fu perfetta ed efficiente; si lasciò corteggiare e distribuì sorrisi e ammiccamenti.

Finito di cenare, andammo verso le camere ed io mi infilai nella sua decisamente; era la prima volta che passavamo insieme una notte e desiderai che fosse meravigliosa; avevo fatto lasciare una bottiglia di champagne per l’occasione e cominciammo con un brindisi, in piedi, vestiti, dai calici appositi; lei immerse un seno nella coppa ed io cominciai a leccare il vino dai suoi capezzoli, dando inizio ad un gioco perverso di sesso.

La spogliai completamente e versai delicatamente lo champagne nell’ombelico per andare poi a leccarlo dal ventre provocandole brividi di piacere; mi spogliò nudo, immerse il mio sesso nella coppa di liquore e prese in bocca la verga per leccarne il liquido mentre mi praticava la fellazione più eccitante che ricordassi; da quel momento, lo scatenamento dei sensi non ebbe limiti; giocammo col vino succhiato dalle cavità tra scapole e collo, direttamente dalla vagina, dalle natiche, dall’ano.

Poi mi dedicai al più appassionato e lungo cunnilinguo; la lingua penetrava nel canale vaginale fino a stimolarle quasi l’utero; poi la bocca si impossessava del clitoride e lo succhiava fino a farla esplodere in un lungo e violento orgasmo; lei mi stese supina e imboccò l’asta facendo arrivare la cappella fino all’ugola; succhiò, leccò, mordicchiò e manipolò il fallo portandomi più volte al limite dell’orgasmo, ritirandosi all’ultimo momento.

Quando non ressi più, la adagiai carponi al centro del letto e la penetrai in vagina da dietro; la punta del pene che urtava la cervice le diede forse qualche fastidio, ma mi spinse il sedere contro il ventre e attirò le anche con le mani portate dietro, per farsi penetrare con più forza; alla fine, lasciai scatenare dai testicoli la più lunga e goduriosa eiaculazione che mai avessi realizzato nella mia non breve esperienza copulatoria.

Passammo un paio d’ore a possederci con abilità, con sapienza, con una passione smodata per il piacere sessuale; la mia verga era abbastanza grossa per riempirla benissimo dovunque e non negò niente, dalla copula classica, a pecorina e a missionaria, alla penetrazione anale da tutte le posizioni e in tutte le varianti, dalla spagnola magistralmente interpretata alle fellazioni più varie, dalla masturbazione al cunnilinguo prolungato.

Poco dopo mezzanotte, decidemmo che avevamo davanti due giorni di lavoro intenso e che forse al piacere avevamo già concesso abbastanza; tra l’altro, avevamo ancora due notti da passare in quell’hotel assai affascinante; ci abbandonammo al sonno e non ci svegliammo che per l’avviso della portineria alle otto in punto; poiché l’albergo era dotato di una bellissima Spa, suggerii alla mia accompagnatrice di passarci la mattinata dedicata alle relazioni, per le quali era sufficiente la mia presenza.

Il pranzo, il pomeriggio e la cena furono dedicati al lavoro vero e proprio; un diversivo offerto per coprire forse una mia personale vendetta diventò così l’occasione per un intenso lavoro di scambio e di creazione di nuovi rapporti; per Loredana, fu anche un momento per rafforzare la sua bellezza nel centro estetico annesso e gratuito per i convegnisti; le due notti successive di sesso continuo e raffinato completarono un quadro totalmente favorevole del week end.

Appena rientrati in sede, mentre Loredana trasformava i suoi appunti in relazioni che presentò alla Direzione Generale, da cui ricevemmo io e lei elogiativi complimenti per la bella attività svolta, io presi atto di una nota che mi aveva lasciato il mio amico capo dell’ufficio legale, avvocato Cammarata, che mi avvertì di una convocazione della Polizia alla quale dovevo rispondere immediatamente; naturalmente, si offrì di accompagnarmi per tutela.

Mia moglie e Sandro erano stati trovati da una pattuglia nell’auto di lui, nudi, svenuti e violentati in tutti i buchi con enormi ortaggi infilati a mo’ di sessi; il sospetto degli agenti era che si fossero appartati per fare sesso e fossero stati aggrediti da balordi; la zona era infatti notoriamente ‘area di lavoro’ per prostitute, omosessuali e coppie clandestine; era presumibile che in un momento di distrazione, forse per estasi da orgasmo, fossero stati aggrediti, violentati e rapinati di tutto.

Poiché apparivo assolutamente sorpreso, l’avvocato aggiunse che i due, ricoverati in ospedale, avevano avanzato il sospetto che io fossi stato l’artefice o il mandante della spedizione in ritorsione delle corna che mi avevano rifilato; di fronte al mio gesto di disgusto, mi precisò che la Polizia aveva già indagato ed accertato che ero assolutamente all’oscuro di tutto, perché ero impegnato a centinaia di chilometri di distanza, per conto dell’Azienda dove lavoravo.

Mi suggerì di andare a rilasciare la deposizione obbligatoria; mi avrebbe accompagnato per consigliarmi eventuali atteggiamenti e risposte; gli chiesi di preparare senza esitazioni una istanza di separazione legale e di divorzio conseguente; mi rispose che l’aveva previsto e che il documento richiedeva solo la mia firma; potevo depositarlo in commissariato in quella stessa occasione; passando, vidi lo sguardo d’odio degli altri tre ai quali risposi con altrettanto odio represso.

“Temo che la vostra bella stagione di amicizia sia morta!”

Commentò il mio amico avvocato; feci spallucce e andammo; non ci volle molto a chiarire che non esisteva nessun elemento per considerarmi sospetto; il Commissario mi chiese se volevo procedere contro mia moglie e il suo amante per calunnia; l’avvocato mi suggerì di evitare l’allargamento dello scandalo; avevano già pagato caro il loro errore; fui d’accordo e commentai che la richiesta di separazione era più che sufficiente, come risposta; la protocollò lì stesso.

Recuperai gli effetti di mia moglie e le feci recapitare da un fattorino i documenti personali; non presi neppure in considerazione l’ipotesi di andare a farle visita in ospedale; su mia richiesta, il fattorino si informò sulle condizioni fisiche di lei, assai provata dalle violenze subite, nel blitz degli aggressori; mi informò che non aveva subito gravi danni e che in tempi brevi avrebbe recuperato tutte le funzioni.

A Sandro era andata assai peggio, perché lo avevano stuprato più violentemente; i poliziotti lo avevano trovato con una mazza da baseball piantata nel retto, dalla parte più grossa; avrebbe sofferto per un poco la violenza, ma soprattutto l’orgoglio maschilista era decisamente distrutto e si sentiva assai umiliato; l’avvocato si fece affidare i suoi effetti recuperati e, tornato in sede, li consegnò alla moglie.

Mentre mettevo in ordine i miei appunti sul convegno, si fece annunciare Carmine, l’ultimo del gruppo, che cercò di portare il discorso sulle scuse per l’avvenimento principe, la violenza arrecatami a casa mia tempo prima; la attribuiva ad una scelta goliardica di un gioco infantile trasformatosi in offesa da cui forse era derivata la situazione attuale; gli feci notare che era stata già dimostrata la mia estraneità ai fatti; se insistevano su quella versione, sarei stato obbligato a una denuncia per diffamazione.

Chiese scusa per la gaffe ma insistette a dire che l’episodio chiave era stato solo uno scherzo tra amici; alzai la voce involontariamente e gli urlai che lo scherzo era diventato un oltraggio, che Sandro aveva nascosto dietro il paravento stupido del gioco da spiaggia la voglia di copulare con mia moglie; che lei aveva rivelato un istinto da troia ormai indiscutibile, visto che si erano ancora trovati, e all’insaputa di tutti, in atteggiamento ambiguo di probabili corna.

Soprattutto, gli feci rilevare che, anche da ragazzini, quando proponevamo certi scherzi, ci accertavamo preventivamente della disponibilità del ‘soggetto’ ad accettare la burla; quella fatta a me era tutt’altro che una burla, non mi avevano chiesto niente preventivamente e Marcella si era comportata da autentica Giuda, usando i baci e le moine per indurmi ad accettare una situazione che avevano reso umiliante; il secondo incontro, poi, restava nel limbo delle loro vere intenzioni.

Se ne andò contrito e impotente ad obiettare qualunque cosa; Loredana, che aveva ascoltato tutto, mi venne accanto, mi accarezzò dolcemente e mi chiese se volessi che andavamo via insieme a lavoro finito; le dissi che avevo davvero bisogno, quella sera, della vicinanza di una persona cara; la memoria di quanto vissuto nelle tre notti precedenti era ancora nitidamente viva e la invitai a venire a casa mia.

Da quel momento, la mia segretaria diventò quasi ufficialmente la mia amante; uscita dall’ospedale dopo qualche giorno, Marcella si trovò nella necessità di cercarsi un alloggio; aveva nominato un avvocato per rappresentarla nella causa di divorzio che voleva portare in tribunale, anche sapendo che non poteva reclamare niente, visto che non avevamo figli ed eravamo in regime di beni separati; dopo avere inutilmente cercato di dialogare direttamente, inviò l’avvocato, ma lo misi alla porta.

Mia moglie ebbe provvisoria ospitalità presso gli amici comuni; poi trovò un monolocale ove si sistemò; Loredana occupò stabilmente il posto di Marcella nella mia vita e nel mio letto; intanto, l’Ufficio Amministrativo aveva avviato il procedimento di indagine sull’attività dei cinque per sospette malversazioni; per un paio di mesi, una cappa di piombo sembrava pesare sugli uffici, sottolineata dagli sguardi di rancore che scambiava con me l’ex brigata di amici.

Arrivò l’estate e Loredana si lanciò in un’accurata ricerca per stabilire il posto dove intendeva passare con me le due settimane di vacanza che la ditta concedeva ai dipendenti tra luglio e agosto; la scelta cadde sul Costarica che offriva molte possibilità di divertimento e di osservazione delle attività; con la solita impeccabile efficienza, organizzò tutto, dal viaggio di andata, attraverso il soggiorno fino al viaggio di ritorno.

Partimmo verso la fine di luglio e saremmo rientrati intorno al 12 di agosto; la previsione era di trascorrere il ferragosto ai laghi, in un clima più rilassato e idoneo al recupero prima del lavoro; passammo in Costarica, in una rinomata località, due settimane straordinarie, con lunghissime sedute ad oziare sulla spiaggia e notti infuocate a letto in un albergo di buona categoria; secondo un’inveterata, pessima abitudine, colsi l’occasione per intrecciare rapporti con alcuni produttori di frutta esotica.

Era loro primario interesse creare in Europa punti di riferimento per l’esportazione del prodotto, sia fresco che inscatolato, e distribuirlo attraverso la fitta rete di supermercati attivi nel continente; una base operativa in Italia avrebbe fatto molto comodo e mi offrivano la possibilità, con opportuni finanziamenti, di creare a Milano una centrale di distribuzione che, se fosse decollata, poteva diventare un’autentica miniera; decisi di azzardare e di avviare il progetto appena tornato a Milano.

La sorpresa venne alla fine del soggiorno; alla vigilia del volo di rientro, ci eravamo ritirati in camera ed avevamo dato l’avvio alla grande copula di saluto al Costarica; lei indossava un bikini microscopico che non bisognava neppure levare per avere accesso alle sue intimità; a me fu sufficiente sfilare il bermuda per avere il sesso perfettamente in tiro, duro come un ramo di frassino; ci scambiamo un bacio infuocato che portò la pressione al massimo.

Dopo quindici giorni di copule continue e tutte ad alta incandescenza, sembrava difficile andare oltre quel livello; eppure sentivo, nel modo in cui ruotava la lingua nella mia bocca, afferrava tra le labbra la mia e la succhiava, strusciava sul mio petto il seno cado e i capezzoli duri come chiodi, una passione quasi nuova; l’impressione di qualcosa di inedito mi riempiva di voglia e di libidine, che si rafforzò quando si abbassò e si fece penetrare fino in gola la mazza dura e grossa.

Ricambiai l’entusiasmo e la rovesciai sul letto, leccandole le cosce dal ginocchio fino ala vulva, da una parte e dall’altra; raggiunte le grandi labbra le afferrai quasi con violenza e le succhiai lungamente; feci lo stesso con le piccole e giunsi al clitoride che mi si gonfiò in bocca; lo succhiai con amore e sentivo che partecipava alla goduria con diversa intensità; la penetrai di colpo, da sopra, con violenza e mandai la cappella a sbattere contro la cervice dell’utero; gemette e godette.

Riuscii a frenare l’orgasmo e la ribaltai bocconi sul letto, le sollevai le anche e la penetrai nell’ano senza nessuna preparazione; dopo un lieve gemito, accolse la mazza fino nel retto con molta gioia; esplosi in un orgasmo che sembrava infinito; mentre mi rilassavo sdraiato supino accanto a lei, lanciò la bordata.

“Edo, io domani non parto con te.”

Sobbalzai un attimo; poi mi resi conto che era nell’aria.

“Hai trovato di meglio?”

“Hai presente quel magnate che gira per la hall? E’ proprietario dello yacht che è ancorato in rada; mi ha offerto di fare un giro in barca; ho deciso che l’esperienza merita; mi dispiace, ma è stata l’ultima occasione d’amore tra noi.”

“Nessun problema; spero che tu torni per riprendere il lavoro; mi spiacerebbe perdere anche una buona segretaria.”

“Non so cosa succederà; mi auguro di non tornare più indietro; se dovessi rimanere delusa, avrò tutto il tempo per pentirmi!”

Ci salutammo così; raccolse le poche cose in una valigia e si allontanò, dal balcone panoramico la vidi raggiungere il giovanotto che l’aveva intrigata e avviarsi con lui verso una barchetta che li traghettò allo yacht ancorato al largo; cincischiai alquanto nell’hotel fino a sera, andai a letto presto e la mattina seguente, dopo la colazione, andai all’aeroporto; ebbi la sensazione che, salendo la scaletta dell’aereo, anche la passione per Loredana fosse rimasta sul suolo del Costarica.

Non appena sbarcai a Milano, cercai tutti i contatti disponibili; ma a ridosso del ferragosto c’era ben poco da fare; riuscii comunque ad ottenere un impegno a bloccare una struttura dismessa che poteva tornare utile e a far nascere un centro di smistamento; una distribuzione capillare di avvisi di ricerca di personale mi mise in contatto con Francesca, una ragazza di ventisei anni esperta nella gestione del personale.

Usciva da un’esperienza negativa sia nel lavoro, essendosi licenziata da una fabbrica dove era sottovalutata, sia nei rapporti interpersonali, avendo messo in stand by una relazione con un tale che l’aveva delusa; aveva bisogno di un’autentica iniezione di fiducia ed eventualmente della compagnia di una persona rassicurante; ci rendemmo conto, sin dal primo caffè. che c’era tra noi qualcosa di indefinito che ci spingeva a sentirci complici e solidali.

Avevo deciso di rilassarmi quei quattro giorni prima di tornare a sistemare le cose in fabbrica; ma l’urgenza del lavoro e la pressione, involontaria, di Francesca mi convinsero a scegliere un percorso diverso; lei aveva il problema di un posto dove sistemarsi; in compenso, non aveva mezzi per trovare soluzioni convenienti; la proposta di trasferirsi da me e di occupare una delle camere libere nacque quasi inevitabile.

Mentre consumavamo in cucina pizza e birra, spontaneamente mi trovai a confidare le recenti disavventure amorose e la proposta operativa nata in Costarica quasi per caso ma molto allettante; Francesca ascoltò con estremo interesse e rimase molto colpita da certe analogie; mentre mi suggeriva di prendere un anno sabbatico e tentare la nuova avventura, la sua mano prese istintivamente la mia, quasi ad infondermi forza; la strinsi con gratitudine, forse; ma fu solo una scintilla.

Finimmo a letto, senza impegno e quasi senza volerlo; anzi, mentre ci avviavamo alla camera già accarezzandoci, ci tenne a precisarmi che non provava amore per me ma sicuramente passione e unità di intenti; sapeva che prima o poi il ragazzo che l’aveva delusa sarebbe tornato alla carica; ed aveva anche abbastanza chiaro che era profondamente innamorata di lui, anche se per il momento preferiva tenerlo lontano; mentre mi schiacciava sul letto mi sussurrò.

“Non ti prometto amore, ma sento che possiamo lavorare insieme e che possiamo anche scambiarci tanta passione; se per te può andare bene, sarei disposta ad esserti compagna finché avremo fatto chiarezza su di noi; senza amore, non credo che dureremo molto; ma, finché ci possiamo sostenere a vicenda, mi stai benissimo con la tua determinazione, lucidità e voglia di vincere; se per te va bene viverci una stagione di intensa vicinanza, io ci sto.”

Naturalmente, mi limitai a stringermela addosso e a sentire il suo seno piccolo e aguzzo piantarsi su di me mentre il suo spigoloso osso pubico mi titillava lussuriosamente il ventre; prima di lanciarmi nella nuova storia, sentii il dovere di avvertirla.

“Francesca, io non sono capace di fare sesso se non sento almeno un pizzico d’amore; non il sentimento puro e nobile; quello l’ho dedicato alla donna che ho sposato e che, nonostante tutto, domina ancora i miei pensieri; se ti può stare bene un affetto profondo che nei momenti intensi diventa amore, sappi che voglio appartenerti completamente.”

Mi tappò la bocca con un bacio dolcissimo che si fece via via più lussurioso fino a diventare un autentico gesto d’amore; ci lanciammo nella passione con l’entusiasmo dei ragazzini che scoprivano per la prima volta se stessi e l’altra; mentre ci spogliavamo a vicenda, non ci stancavamo di ammirare sorpresi il corpo dell’altro; lei era tendenzialmente magra ma solida, con gambe lunghe, affusolate, da ammirare prima con gli occhi poi con le mani che le percorrevano.

In cima, si installavano due fianchi stretti, non grandi, culminanti in glutei nervosi, quasi asciutti eppure morbidi e dolci alla palpazione; lo spacco tra le natiche era scuro e profondo e lasciava intuire un perineo con l’ano scuro, stretto e la vulva leggermente pelosa chiusa come un frutto di mare; i seni piccoli, da accogliere in una mano, erano sormontati da capezzoli superbi e duri, di un marrone intenso, con aureole piccole e grinzose; tutto da carezzare, da leccare, da mordere, da succhiare.

Il viso era quasi spigoloso, con piccolo mento appuntito ed un nasino regolare, amorevole; gli occhioni scuri brillavano come fanali ed illuminavano tutto il volto; i capelli corvini, sciolti sulle spalle le davano un’aria ieratica; poco truccata appariva quasi anonima, ad una prima occhiata; la cura ricercata di un’abile truccatrice avrebbe sicuramente fatto brillare la sua bellezza immensa; anche i vestiti, più che di stile zingaresco, parevano raffazzonati dai banchi un mercato rionale.

Quando la ebbi nuda davanti a me, non potei fare a meno di incantarmi davanti a forme semplici, quasi fanciullesche, ma appassionate e provocanti; non portava reggiseno e, quando le sfilai lo slip, non mi ci volle molto per decidere che era quasi dozzinale; mi riservai, al momento di rivestirci di approfittare della dotazione della mia ex moglie che, invece, era estremamente raffinata ed aveva lasciato un guardaroba quasi intonso.

“Sono certo che sai di essere bellissima; ma mi piacerebbe che facessi brillare il tuo splendore.”

“Ti ringrazio, ma le mie finanze non mi consentono di acquistare capi di pregio.”

“Ti offendi se ti propongo di approvvigionarti ad un guardaroba intonso e di grande valore?”

“Tua moglie è molto raffinata?”

“E’ anche alquanto spendacciona; molto suo intimo è ancora nelle confezioni originali.”

“Per il momento, preoccupati solo che non prendo la pillola e che non ho soldi per portare con me preservativi; stai attento!”

“Te la senti di essere in tutto la mia compagna, finché dura?”

“Non sono a letto con te per esserti estranea o nemica; certo che mi va di essere la tua ragazza, meglio dirlo così, per il tempo che durerà, fosse anche tutta la vita … “

Sembrava quasi una bambina, Francesca; ma la sensazione durò solo fino a quando l’abbracciai tutta e me la strinsi contro, con l’emozione di stringere un corpo acerbo e impreparato; quando la sua bocca si appoggiò alla cappella e, dopo qualche rapida e decisiva leccata, affondò completamente in una voragine di lussuria che era la sua bocca umida, accogliente, abile a ruotare la mazza tra le gote per goderne il meglio, capii che aveva una carica difficile da dominare.

La sensazione diventò certezza quando fui io a piegarmi sul suo ventre e a cominciare a leccarlo; la vagina si aprì di colpo e permise alla lingua di entrare profondamente a titillarle le pareti languide e umide del canale vaginale; capii che le piaceva molto copulare e forse anche essere posseduta con violenza e brutalità; la montai di colpo e le spinsi la mazza fino in fondo all’utero; gemette languidamente e mi artigliò i lombi con le gambe stringendo il corpo al mio fino ad incollarci ventre a ventre.

Se ne stava supina sotto di me, mi baciava su tutto il torso, dalla gola fin dove poteva abbassarsi senza perdere contatto; mi mordicchiava il petto e i capezzoli strappandomi brividi inenarrabili di piacere, spingeva il pube nella copula per cercare lo strofinio degli ossi pubici fino all’orgasmo; godette almeno tre volte solo in quella penetrazione; poi si rilassò, allentò la presa sulla schiena e sfilò la mazza dalla vagina.

Muovendosi come una contorsionista, riuscì a ruotarsi sotto di me finché mi trovai col ventre appiccicato alle natiche piccole e dolci, infilò una mano e spostò il fallo verso l’ano; si penetrò senza sforzo nel retto e spinse con foga il sedere contro il ventre mentre sussurrava di dargliene di più; spinsi la mazza in fondo, finché i testicoli urtarono la vulva e non ce ne fu più; gemette molte volte dolcemente, poi urlò un orgasmo anale che mi stordì di piacere e di gioia; esplosi il mio orgasmo nell’ano.

Ci fermammo ansanti, quasi disfatti, e lei si alzò per andare in bagno; tornò nuda e fresca come era congeniale all’età e alla condizione; si adagiò sul letto e si accoccolò a cucchiaio contro di me piantandomi i glutei morbidi contro il ventre; le carezzai i capelli e il viso, la baciai sulla nuca; mi sussurrò in un soffio.

“Se non vuoi ricominciare immediatamente, accontentati da starmi accanto e controlla il mostro che hai tra le gambe; se si rizza ancora un po’, mi fa scattare la voglia e devo ricominciare.”

“Abbiamo tempo; ed ho ancora tanta voglia di fare l’amore con te; non so come tu l’abbia vissuta, ma per me è stata un’esperienza esaltante, indimenticabile.”

“Se ti piace fare l’amore con questi ritmi, credo che ci sia abbastanza chimica per durare a lungo … “

Passammo la notte tra una copula ed una fellazione, tra penetrazioni anali e sapienti spagnole, tra masturbazioni dolcissime e sessantanove abilissimi; dovetti prendere sonno, ad un certo punto, perché avevo davanti giornate intense di lavoro; ma per tutto il tempo che mi separò dal ritorno in fabbrica mi trovai a conoscere, forse a scoprire, una donna decisamente di valore, capace di districarsi in cucina per arrabattare una cena improvvisata e di scegliere disinvoltamente tra i capi lasciati da Marcella.

Passava con elegante disinvoltura e sapienza dagli incontri di lavoro alle puntate nei bar e nei pub dove incrociavamo i personaggi più utili al lavoro che stavamo costruendo ma anche tanti giovani che affascinava con la sua loquela sempre vivace e pronta; mi sentivo, accanto a lei, molto ‘orso’ ma ero felice di averla con me e non negavo quando veniva additata come il mio nuovo amore o la mia ‘ragazza’; anzi, me ne sentivo gratificato e ringiovanito.

Quando tornai in fabbrica per mettere a punto la mia situazione avevamo già ‘rastrellato’ un buon numero di giovani volenterosi disposti ad affrontare insieme l’avventura del nuovo Centro di Distribuzione che prendeva sempre più forma e consistenza; in gioco c’era il salto di qualità che mi prefiggevo, da direttore di settore ad imprenditore; ed avevo accanto una vera forza della natura, capace di inventarsi le situazioni; glielo dissi lealmente; mi baciò con dolcezza.

Nel mio vecchio ufficio, trovai la grossa novità che Loredana era puntualmente al suo posto; il giovane magnate, dopo qualche giorno di vagabondaggio sul mare, l’aveva scaricata per una bionda più vaporosa; il direttore amministrativo, spulciando tra le attività egli ex ‘amici di brigata’ aveva scoperto varie irregolarità che ne avevano determinato il ‘consiglio’ a dimettersi per non incorrere nel licenziamento; Loredana mi avvertì che Marcella era tornata dai suoi; non ne rimasi addolorato.

Parlai col direttore generale e lo avvertii che mi prendevo un anno sabbatico a stipendio ridotto, in attesa di decidere se rientrare o lasciare definitivamente, chiesi in amministrazione di liquidarmi le competenze maturate per il TFR; avevo bisogno di contanti e quella cifra mi era proprio utile; parlai col mio amico avvocato e gli descrissi a sommi capi il progetto in atto; gli chiesi se se la sentiva di accompagnarmi nel percorso; poteva farlo senza rinunciare al lavoro ed accettò.

Contattai l’imprenditore che mi aveva risolto il problema della ‘vendetta’ e gli proposi di entrare in società nella nuova iniziativa; accettò, solo per una piccola partecipazione, ma mi andava bene perché era molto ammanigliato nella rete della burocrazia e mi serviva giusto un faccendiere che si districasse nella giungla degli adempimenti; mise a disposizione un suo dipendente maestro di ‘cartacce’ e in una settimana molti problemi trovarono soluzione.

Forse ebbi anche un fortuna sfacciata; comunque, nel giro di quindici giorni, fummo in grado di avviare la macchina di distribuzione su tutta la regione; i risultati positivi e i guadagni che ne derivarono mi indussero ad allargare il raggio d’azione; pungolato anche da Francesca, impeccabile dirigente di giorno, amante instancabile di notte, ci trovammo a veder delineata chiara la linea che miravamo a seguire, diventando in breve riferimento europeo per i prodotti esotici che trattavamo.

Il cresciuto impegno comportò la necessità di assumere nuovo personale e Francesca, ancora una volta, si rivelò preziosa facendo circolare avvisi di offerta di lavoro, esaminando domande e selezionando personale; una mattina venne nel mio ufficio con dei fogli e mi mostrò che i cinque dell’ex brigata degli amici, compresa mia moglie, avevano fatto richiesta di assunzione, anche come operai, se necessario; mi chiese come doveva regolarsi.

Le suggerii di invitarli tutti insieme, compresa mia moglie, in un’ora a ridosso del pranzo; al momento, li avrebbe invitati in trattoria; ci sarei stato anch’io e avremmo finalmente realizzato una resa dei conti che da tempo aspettavo; a tavola le due coppie erano sedute ai lati; a capotavola, c’erano Francesca e, di fronte a lei, Marcella; la mia entrata sollevò un brusio di commenti prevedibile e qualche accenno di odio e di rifiuto.

“Edo è il mio capo, padrone unico dell’azienda; è lui a decidere e, come potete immaginare, ha voluto parlarvi di persona.”

“E’ chiaro che non siamo qui ad una tavolata tra amici, perché amici non lo siamo più da tempo, ormai; per quello che riguarda il lavoro, anche se i vostri curricoli hanno una macchia che impedirebbe qualunque fiducia, io sono disposto a dimenticare, in questo caso, e a lasciarvi facoltà di accettare un lavoro molto al di sotto delle vostre qualità, sulle quali nessuno potrebbe discutere, come so benissimo. E’ un azzardo forte; chi ci sta è benvenuto; chi ha ancora remore, vada via adesso.”

“Francesca è solo il tuo braccio destro o anche qualcosa di più? Lo chiedo perché so che Loredana ti ha piantato in asso!”

“A parte il fatto che Loredana come qualcuna che conosci è tornata con le pive nel sacco e prima o poi la vedrete venire a Canossa a cercare amicizia, comprensione, riconoscimento dei suoi veri meriti e forse anche quel pizzico di amore che la mia situazione le consentiva; a parte i commenti ironici che ormai so che sono la tua quotidianità, Francesca è definita la mia ‘ragazza’ che a te può suonare forse ridicolo ma a me risulta assai gratificante perché mi fa tornare ragazzo.”

“Io sono pronta a venire a Canossa, come hai avuto la bontà di accennare; è giusto così; ma devo chiederti una cosa, preliminarmente. Noi siamo separati ma il divorzio è ancora di là da venire; ce la faresti a tenermi come separata in casa, senza nessuna interferenza mia nel vostro amore? Sono costretta a chiedertelo perché ho litigato con mio padre e in quella casa non riesco più a starci; gli amici non hanno spazio, tu hai una casa ampia e bella. Mi accetteresti come ospite sgradita ma che non ti disturba?”

“Marcella, l’hai detto tu stessa; sei ancora mia moglie, almeno fino al divorzio; se non cerchi di interrompere la continuità del tempo previsto per il divorzio, la casa è aperta a te come a qualunque amico ne avesse bisogno. Io sono ancora colpevolmente innamorato di te; quello che abbiamo vissuto dai diciassette anni ad oggi non si cancella con un’azione aberrante di poche ore né con qualche mese di conflitto freddo; sono ancora amico vostro, anche se non sento lo stesso affetto che nutrivo e non mi posso più fidare della vostra amicizia.”

A scattare, come prevedibile, fu Sandro.

“Quindi ci proponi ancora la tua solita arrogante bonomia per farci la carità di un posto da operai dopo che hai distrutto la nostra carriera da impiegati?”

Gli altri gelarono ed era chiaro che tremavano all’idea di un mio scatto.

“Ciascuno di voi è libero di scegliere come vuole. Non ti denuncio per diffamazione, anche se è ignobile quello che hai detto altrettanto quanto quello che hai fatto e detto in occasioni peggiori. Io forse sarò arrogante ed ho scatenato il vostro odio; cara Marcella, mi piacerebbe sapere il motivo della rottura con tuo padre. Se non l’hai ancora realizzato è stato lui che ti ha inculcato l’odio contro di me.

Aspetta, non prendere cappello; lo so perfettamente che mi amavi come ti amavo io; ma la divisone dei beni è stata voluta da tuo padre perché temeva che fossi un arrivista a caccia della tua dote e della sua eredità; è stato lì che è nato il tuo rancore nei miei confronti; più crescevo, più tuo padre diventava feroce perché quello che pensava era stupido e ingiustificato; tu hai ereditato da lui il rancore e lo hai scaricato in un episodio che ti rende indegna di qualunque perdono.

In quanto a te, caro Sandro, è stata la stessa molla a spingerti a sentirti maschio superiore, anche nei miei confronti; visto che non ce la fai, perché non ne hai la capacità, a starmi sotto nemmeno di qualche gradino, hai costruito la più perversa delle umiliazioni sperando che, per un volta, l’infallibile si dichiarasse sconfitto; la donna che adoravo al di sopra di tutto ti ha consentito di riuscirci perché mi ha dato il giusto bacio di giuda; sei un perdente e un vigliacco.

Amici, non ho niente contro nessuno ed ho perdonato che mi avete colpito alle spalle; come ho spiegato, almeno la correttezza elementare richiedeva che mi avvisaste; Marcella, ricordi cosa dicesti prima di quel bacio a tradimento da cui è nata la nostra storia? Mi dicesti ‘scusi, è un pegno’; ed io lo feci diventare un pegno d’amore; quella sera non hai avuto l’educazione di avvertirmi; ti sei comportata da giuda.

Non ho niente più contro nessuno; se avete bisogno e voglia di lavorare, la ditta questo offre; se siete i lavoratori di qualità che io stimo, sapete che l’azienda ha bisogno dei lavoratori almeno quanto i lavoratori hanno bisogno dell’azienda, per sopravvivere; io non faccio nessuna elemosina; servo la mia azienda e chiedo a chi vuole lavorare di starci.

Le opinioni degli arroganti come Sandro non mi toccano; io sono di quelli che si siedono sulla sponda del fiume ed attendono che passi il cadavere del nemico; l’avete già sperimentato. Chi è con noi, parli con Francesca. Marcella, quando vuoi la casa è ancora tua e una stanza per te c’è; io vivo con Francesca e facciamo l’amore; a questo dovrai abituarti.”

“Forse sarai anche arrogante; ma da quando ti conosco so che scegli sempre con la testa e col buonsenso; ho detto questo a mio padre che mi odia e mi accomuna a te; per questo accetto di venire a stare a casa tua, o devo dire vostra?, e lo faccio con molta sofferenza ma anche con tanta gioia e la certezza che sei ancora il mio pilastro.”

Anche Sandro piegò la testa e si adeguò; avevano troppo bisogno di lavorare e le dimissioni dal precedente lavoro erano una macchia incancellabile; Marcella tornò a casa nostra e ci mise poco ad ambientarsi e trovare il giusto equilibrio con Francesca; l’unico vero problema era che lei ormai sembrava aver rinunciato al sesso e la mia compagna invece non faceva passare una sera senza aggredirmi ed esigere da me l’amore che era il legame forse più vivo tra noi, uniti soprattutto dall’enorme impegno lavorativo.

L’altro piccolo problema era costituito evidentemente dalla occasioni in cui Marcella e Francesca si beccavano scherzosamente; una volta che mia moglie si lamentò delle urla che la ragazza lanciava durante gli orgasmi, Francesca le regalò per scherzo tappi per le orecchie, che l’altra rifiutò perché le sarebbe mancato lo stimolo a masturbarsi; più seriamente le vedevo concordi quando per esempio Francesca si faceva consigliare per scegliere uno degli abiti di Marcella da indossare ad una cerimonia da cui l’altra era esclusa.

Il ritmo di vita e di lavoro che ci eravamo assegnati andò avanti regolarmente fin verso Natale; mi sentivo orgoglioso di vedere come l’Azienda cresceva ogni giorno di più ed acquistava credibilità e spazi; ma avvertivo anche con dolore, delle grosse difficoltà a conciliare le inesperienze di molti assunti e gli azzardi di alcuni giovani dirigenti, spesso più ambiziosi e velleitari che propositivi; a ‘sentire’ allo stesso modo era il mio amico avvocato; un giorno me lo vidi piantare sulla poltrona davanti a me.

“Ascolta, Edo, c’è qualche crepa in questa costruzione che qualcuno deve farti rilevare; io sono il più credibile tra i vecchi amici e collaboratori e quindi tocca a me parlare; tra qualche mese dobbiamo scegliere se mantenere il ruolo nella vecchia fabbrica o se passare anima e corpo a questa attività; non puoi scegliere se prima non raddrizzi la barca perché navighi sicura; tu ed io sappiamo quali sono i problemi di fondo, i rancori personali e la sottoutilizzazione dei valori.

Tu hai tutti i motivi di questo mondo per essere risentito contro tua moglie e i suoi amici; ma loro sono cinque dirigenti di lunga esperienza e di alta qualità; se continui a punirli relegandoli alla catena di montaggio, commetti un’imbecillità di orgoglio stupido ed un errore di strategia industriale letale; le corna non hanno mai ucciso nessuno; quelle che tua moglie ti ha fatto hanno motivazioni profonde che conosci ma che non reggono più.

Sandro è pentito della stupidaggine commessa ma non lo sa dire; ha pagato duramente e dovresti smetterla di massacrarlo; sei tu adesso che maramaldeggi su amici che ti hanno fatto un piccolo torto; se ci pensi, hai messo un carico assai pesante su una vicenda che si poteva sciogliere con una scazzottata tra amici, al massimo; gli altri tre non osano dirti che amano te, le tue qualità e la tua determinazione che chiamano arroganza.

Adesso, se vuoi affossare il progetto, continua pure a sacrificare quelle professionalità, quelle intelligenze, quella maturità sotto il peso della tua arrogante vendetta; se invece metti una pietra tombale su una copula fuori matrimonio, restituisci a quelle persone il ruolo che compete loro e chiedi che ti aiutino a far diventare grande l’azienda, lo faranno con profonda amicizia; se posso ancora consigliarti, ritorna con tua moglie; ti ama più di quanto tu veda ed è una donna di grande valore.

Ti ripeto; a fine agosto dovrai scegliere se trasformare l’anno sabbatico in dimissioni o se ritornare alla tua scrivania; io dovrei licenziarmi dall’altra parte, perché non si possono servire troppi padroni; se la tua azienda non mi dà le soddisfazioni che mi aspetto, io torno indietro; adesso decidi tu. Ultimo avviso; se decidi di cambiare organigramma, dimentica anche il rancore con Loredana; è una grande funzionaria, mi ha fatto sapere che affiancherebbe volentieri Francesca e non ti ha tradito; eri avvisato.”

“Sai qualcosa delle mie convinzioni sulla lealtà? … Ti posso solo essere grato. Mi dai un po’ di giorni per mandare giù qualche rospo? Ti prometto che deciderò presto e per il meglio; ho voglia di vincere e, con te e con gli altri, ce la posso fare. Lasciami cercare il modo … ”

Non avevo bisogno di pensare a lungo; tornai a casa con in macchina Francesca e Marcella; la testa mi fumava per i troppi interrogativi e mia moglie lo capiva al volo; non osava chiedere, ma faceva dei gesti all’altra che mi chiese cosa avessi per la testa; la rassicurai che erano piccoli problemi a cui avrei dato presto soluzione; a bruciapelo le chiesi.

“Che ne diresti se invitassi Loredana ad affiancarti nel lavoro?”

“Non la conosco; so che è stata una tua spalla perfetta; so anche che l’hai amata; se viene, me la studio e sono certa che troviamo il modo di far crescere il lavoro. Pensi di assumerla?”

“Insieme ad altre decisioni per accelerare la crescita dell’Azienda.”

A cena apparivo svogliato; Marcella fece cenno a Francesca di farmi fare l’amore; mi sarebbe servito; l’altra la guardò con aria interdetta, mi prese per la mano e mi guidò alla camera da letto; non chiuse la porta ed ebbi la sensazione che mia moglie si fosse fermata ad origliare, ma la ragazza mi aveva già travolto in uno dei suoi baci al fulmicotone che mi rendevano incapace di ragionare o di resistere; stavo già spogliandola e divorandola dappertutto con libidine e passione.

La spinsi sul letto e le sfilai gonna e slip, mi tuffai sul ventre spigoloso e presi a succhiarle l’anima dalla vulva; gemeva ed urlava al centro di un tornado di piacere; anch’io mi sentivo trasportato in un’altra dimensione, dagli odori di quella vagina, dal sapore degli umori che scaricava a getto continuo, dal piacere che promanava da ogni parte del corpo; la maltrattai quasi mentre la rivoltavo sul letto cercando di leccare tutto, dalle vertebre emergenti al centro della schiena all’ano nascosto tra le natiche.

Fu lei, stavolta, a bloccarmi e a spedirmi supino sul letto; afferrò il membro ritto come un palo e lo leccò sacralmente dalla radice alla punta; giocò un bel poco con la cappella e alla fine lo ingoiò; si stava manipolando la vulva con una mano e sentivo i suoi orgasmi esplodermi dalla bocca sulla cappella; mi strizzò una prima volta i testicoli per impedirmi di godere; si sollevò in ginocchio, mi scavalcò e si impiantò, di vagina, sulla mazza grossa che più non poteva; sembrava soffrire ma godeva a penetrarsi.

Assaporava il passaggio del bastone nel canale vaginale e ad ogni movimento aveva un nuovo orgasmo; sentivo che stavo per godere ma mi fermò una seconda volta; sfilò il fallo dalla vagina e lo spostò delicatamente all’ano; si penetrò schiantando di colpo finché i testicoli batterono sulla vulva; ero tutto dentro ed ero certo che aveva provato una forte fitta di dolore; sentii che esplodeva in un orgasmo anale mai provato prima; la bloccai deciso.

“Francesca, che ti prende’ Non hai mai fatto l’amore così! … “

“Semplicemente perché non avevo mai dovuto avvertirti che è l’ultima volta che facciamo l’amore … “

“Che cavolo stai dicendo? Perché l’ultima volta?”

“Tano è di nuovo qui, con la testa coperta di cenere; mi ha chiesto perdono e vuole che torniamo insieme; domani all’uscita dal lavoro vado via con lui; non te la prendere, lo sapevi!”

Si staccò da me, dolorosamente, andò verso il bagno e la persi di vista; non la vedevo uscire ed ero quasi preoccupato, quando vidi entrare in punta di piedi Marcella, in vestaglia; salì sul letto, mi abbracciò da dietro e sentii le mani sul petto; mi stava baciando sul collo e sentivo il viso bagnato di lacrime; mi girai a guardarla; stava piangendo.

“Non mi cacciare; ti amo.”

“Hai sentito tutto?”

“Si; mi dispiace per Francesca che ha dovuto comunicarti così duramente una decisione; lei ti vuole bene ma ama il suo ragazzo; io che amo te come non mi ero mai resa conto, so quanto vale quell’amore; se non vuoi davvero restare solo, devi trovare la forza di ricucire il nostro amore, se ancora ne conservi qualche briciola.”

“Marcella, amica mia, come giudicheresti una mia giornata in cui devo accettare l’idea di tante sconfitte che sono, al contempo, vittorie anche maggiori?”

“Edo, non ho la tua prontezza; spiegami.”

Stava entrando Francesca, in camicia da notte; ma non salì sul letto.

“Stanotte io dormo nella camera di Marcella; abituati ad avere lei nel letto, per il resto della vita … “

“Decidete voi il mio destino?”

“No, capo; io ti dico quello che è razionalmente giusto e di buonsenso; se poi vuoi aggiungere carichi pesanti e rendere impossibile quello che era semplice e che hai fatto già diventare difficile, affari tuoi … “

“Allora, amica cara, come ti dicevo, oggi un amico mi ha strigliato a dovere; mi ha spiegato che non ho nessun diritto e nessun motivo di recriminazione con Loredana e con Francesca; sono giovani, belle, determinate e libere; posso solo mettere a frutto le loro qualità e usarle per il mio egoismo … sta zitta … lasciami dire le cose a modo mio … tu interpretale come vuoi; allora, su quelle donne non ho nessun potere; posso solo chiedere a Francesca di mantenere il suo incarico e di svolgerlo al meglio.

Domani la mia vice telefonerà a Loredana per dirle che sono felice di annoverarla nel gruppo di avventura che farà grande quest’azienda e quelli che ci credono; il mio amico mi ha fatto osservare, come poco fa questa viperetta, che ho reso enorme uno scherzo e che ho fatto pagare a prezzo altissimo una stupidaggine; vi avessi dato un pugno sarebbe tutto già dimenticato; sto ancora crogiolandomi nel mio desiderio di vendetta inutile e deleterio e non vedo l’amore che mi circonda.

Non so se Francesca si era messa d’accordo con l’avvocato, ma tutti e due mi hanno detto che devo dare ascolto al cuore e all’amore che ho provato per te sempre, anche quando sembrava ti odiassi per lo scherzo; questo posto nel mio letto e nel mio cuore è tuo, anche se non ti garantisco più la mia assoluta fedeltà; se mi capita, io l’amore con Loredana o con Francesca lo faccio ancora; una non ha legami né limiti; l’altra litiga così spesso col suo Tano che alla fine una spalla asciutta la cercherà.

Ma è certo che, se voglio recuperare il massimo della mia efficienza, tu devi essere la mia vice, il mio alter ego, la mia consigliera, la mia amante, il mio amore, la mia donna, mia moglie, devi essere tutto perché con te mi moltiplico esponenzialmente, da solo valgo solo per la mia arroganza; te la senti di riprovare? Anche ai nostri amici devo chiedere scusa; puoi mettermeli ancora intorno ad un tavolo e comunicare, da vice, che andranno ad occupare i posti vacanti o male occupati, di direttori di reparto, per essere con noi in quest’avventura?”

“Tu sei e resti mio marito; io ti ho amato quando mi hai sverginato e avevo solo diciassette anni, pedofilo; ti amo ancora con la stessa intensità; mi sono voluta scontrare e ho perso; non ci provo più; sono tua moglie, la tua gelosissima moglie e ti graffierò il viso ogni volta che mi accorgerò che mi hai tradito senza preavvertirmi; voglio che ti confidi con me, che mi parli, anche quando sembrerà che stai rivolgendoti ad una mongoloide e mi adirerò per questo.

Io sarò la tua vice, ma non per il potere, solo per esserti vicina, per essere con te a condividere le gioie per le vittorie o a leccarci le ferite nelle sconfitte; anche Sandro e gli altri ti vogliono più bene di quello che credi; sono addolorati per uno scherzo finito male, ma non hanno mai perso la fiducia in te. Domattina telefono a loro e a Loredana; avrai il gruppo più agguerrito e vincerai … no … hai ragione .. vinceremo perché siamo forti, specialmente se siamo uniti.

Adesso, per favore, mi consenti di completare quello che la tua giovane amata non ha finito? Se non sbaglio non hai ancora eiaculato … “

“No; quello che è fatto è fatto; tu, se vuoi, adesso ricominci da capo e mi fai fare l’amore come sai … “

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